N U N
B A N
O
O
??????

Un nano? Bo'.... Un bono? Na..... Bà...unno, no?

O un nona B.?
Mumble mumble.... ah, ecco!
B UO N A NN O ! ! ! !
Non so se riuscirò a postare qualche altra cosa prima di Natale. Ne approfiutto allora per fare a voi tutti, amici della blogsfera e oltre, auguri per le feste più serene che le circostanze possano consentire.
Oggi voglio, con sollievo, rivolgere un pensiero e un saluto a Welby e ringraziare di tutto cuore un medico, Mario Riccio, per farmi sentire che l'umanità e i diritti della persona valgono ancora qualcosa di fronte alle ipocrisie, agli scarica barile, alle pastoie burocratiche e ai dictat di una certa chiesa. Buon Natale e, speriamo in un 2007 migliore.
Omaggio al brianzolo (sonetto in tre-sette)
La Brianza che per me sconosciuta
era o quasi, grazie a questi sonetti
che dipingono una enclave di affetti
di sostanza ma di un po' contenuta
allegria, ora è una terra pasciuta,
d'acqua e monti e luoghi d'arte e di tetti
di lamiera e di bei prati perfetti
per famiglie, la domenica, in tuta
sotto un cielo con le nuvole piuma
e merende con cassoela e barolo
mentre i piccoli berranno la spuma
forse ignari dei tesori che solo
qualche figlio che l' amore consuma
per sua terra ci dispiega, brianzolo.
Seguo l'esempio di Birambai (http://bardofulas.splinder.com) che, partendo da un giochetto cazzeggione proposto su Fanfan (http://fanfanlatOULIP.splinder.com) ha avuto poi l'idea di costruirci dei bellissimi raccontini (vedere sul suo blog). Un altro molto carino lo trovate sul blog di Petardella. (http://petarda.splinder.com)
A E I O U
Metamorfosi

Il piccolo Domenico quel giorno all'asilo dava strani segni di irrequietezza. In giardino si era messo a quattro zampe e cercava di mangiare l'erba. La maestra stava al gioco:
- Mimmo, sei una mucca?
Ma presto le fu chiaro che il bimbo non faceva finta: effettivamente brucava. Povero piccolo, pensò, si vede che gli danno poche vitamine. Del resto,, con un padre comunista, cosa ci si può aspettare.
Tornato in classe il bambino cominciò a dare segni di insofferenza nel camminare e a tentare di levarsi le scarpe. La maestra lo aiutò, pensando dovesse togliersi un sassolino, ma con sorpresa notò che i piedini del bambino erano stranamente deformi, con due unghione spesse spesse al posto delle cinque dita. Quando il piccino, grato per essere stato liberato dalla fastidiosa costrizione alzò lo sguardo su di lei la maestra notò due occhioni enormi, languidi e mansueti e pensò tra se, di non aver mai notato che il piccolo Domenico li avesse così grandi e distanti fra di loro e, soprattutto, tristi. E nemmeno che avesse dei naricioni così grandi. Povero piccolo, ha preso dal babbo comunista che di narici deve averne tre, pensò. Le venne spontaneo fargli pat pat sulla sommità della testa, fra le due orecchie ripiegate e un po' penzolanti. Mah, pensò la maestra, devo essere un po' stanca, ho una strana visione delle cose stamattina. Stare a contatto continuo coi bambini piccoli è un bello stress, me lo dice sempre mio marito che dovrei prendere un periodo di congedo.
Il piccolo Domenico passò il resto del tempo a gattonare tra i banchi, mentre, da sotto le braghette corte, faceva capolino una strana cordicella, cui era attaccato una specie di pennello da barba che dondolava lentamente a destra e a sinistra.
La situazione passò comunque abbastanza inosservata, con tanti bambini da tenere sotto controllo, la caciara, i nasi mocciolosi da soffiare. Ma, poco prima della campanella ,successe qualcosa che lasciò la maestra di stucco. E non appena le genitrici si presentarono tutte insieme alla porta della classe a prendere i loro piccoli la maestra esclamò:
Mamme, Mimmo: muuuh!!!
mammemimmomù, mammemimmomù, mammemimmomù.....
Quando ho aperto il blog, i miei visitatori erano tre o quattro. Approfittando della circostanza che col tempo mi sono fatta un po' di amici che sicuramente non hanno letto i primi post, mi permetto di riproporre ogni tanto, qualcosina. Questi due 'ricordi' li dedico a Stranoforte, sanremese di nascita, nuovo ospite gradito, e, ovviamente, alla Sanremo dei mie tempi felici.
1) Infanzia.
IL TEMPO DISCONTINUO E LE TUBEROSE
A sei, sette anni, il tempo è discontinuo. Perché un futuro atteso è come un quadro lontano, da cui ci separa un fossato che ci appare insuperabile. Si può solo credere, per pura fede, che quel momento arriverà. Ma è contrario all’esperienza, perché il tempo non passa mai e sei mesi, come sei giorni ed anche sei ore, a volte sono un tempo infinito, impercorribile.
E allora Anna si dice, mentre, in un giorno d’inverno si annoia dietro il vetro della sua camera di Roma, primo pomeriggio, adulti a riposare e bambini zitti: eppure ci sarà una prossima estate a San Remo ed io sarò di nuovo nel giardino della villa dei nonni, sentirò l’odore delle tuberose lungo la strada del Solaro e il cigolio del cancello dei Verruggio, di fronte al nostro, la mattina presto, e salirò nella soffitta a giocare coi pupi siciliani a grandezza naturale abbandonati in un angolo e a odorare la carta dei libri vecchi vecchi, quelli che erano per bambini quando erano bambini i grandi, e verrà il momento che sentirò l’odore delle alghe, sulla spiaggia… No, ecco, così non funziona. Anna deve individuare qualcosa di più specifico: ad esempio l’arrivo a San Remo, con la nonna, la sua sorellina e la cameriera, piene di bagagli per una villeggiatura che durerà tre o quattro mesi – una vita - e poi il tassì, che alla curva stretta del Solaro dovrà fare marcia indietro per riuscire a girare e questo vuol dire che ci sono quasi, e presto – ma anche ora il tempo è discontinuo e qui gli ultimi minuti si dilatano in una bolla immobile - comparirà la villa tutta coperta di bouganville e la zia Teresa col fazzoletto in testa e Mino Franco e Floriana, calzoncini e canottiera e piedi nudi, che avranno appena finito di irrigare i campi sotto la villa, ad aspettarle sulla strada sorridenti e festosi.
No, neanche questo, serve un momento ancora più preciso, quasi una fotografia, per poter avere un riferimento : ad esempio lei e Floriana che fanno il giro della strada Solaro subito dopo il tramonto, per andare comprare il latte alla stalla, vicino al campo ippico, e, ancora più a fuoco: proprio il momento in cui, alla prima curva, sotto di loro si apre il panorama delle terrazze coltivate a tuberose e giù in fondo quel mare /cielo dolce, senza più orizzonte e piccole vele bianche a solcarlo e Anna si affaccia al parapetto - perché questo Anna, sei o sette anni, lo fa sempre - e sente uno struggimento e non lo sa definire.
– Che bello neh! – fa la Floriana, che ha sei anni più di lei, ma se la porta sempre dietro in questa commissione quotidiana. E intanto scorrono lontane, lungo le terrazze, figure di ragazzi e uomini a torso nudo, abbronzato, i pantaloni arrotolati alle ginocchia, che tornano dai campi con fasci di fiori dai gambi lunghi sulle spalle e quando Gino Verruggio le incrocerà, proprio in quel punto sulla strada, lasciando quel ‘Boona’* strascicato di saluto, il profumo dei fiori sarà così forte che Anna ne sarà stordita.
In quel preciso momento, si dice Anna , in quel preciso momento dovrò ricordarmi di ora, di me che sono qui alla finestra della mia stanza di Roma a chiedermi come mai potrà passare tutto il tempo necessario perché quel momento arrivi. E stabilisce una posizione precisa nella sua stanza, magari prende un quaderno in mano, perché la fotografia sia più nitida, e legge: classe seconda elementare. Mi dovrò ricordare, allora, di me che leggo le parole classe seconda elementare su una copertina azzurra. E così Anna si dà degli appuntamenti col tempo, tratti di un tempo discontinuo, sperando di afferrarne il mistero.
Perché la sua fede vacilla e forse il tempo non passerà e quel momento non arriverà mai.
Puntualmente arriva l’estate e con l’estate San Remo, in uno scorrere a scatti del tempo, segmentato in frazioni sempre più brevi. Anna entra nel salone della villa e sente subito l’odore di muffa e cera della casa vecchia e le si allarga il cuore, poi guarda il mandarino cinese appeso al muro, proprio nell’ingresso, che le fa tanta paura perché ha gli occhi che ti seguono ovunque tu vada, e poi arriva la zia Teresa con la torta di zucchine preparata come sempre per il giorno dell’arrivo e presto tutto diventa dolcemente quotidiano anche l’odore del DDT spruzzato la sera con la macchinetta nelle stanze da letto, e Anna dimentica il suo appuntamento col tempo e con l’istante di Roma, perché dovrebbe guardare a ritroso. E non fa ammenda per aver mancato di fede. La sabbia sotto ai piedi e l’odore forte del mare, il pane e pomodoro e basilico, ‘pane e pumata’ dopo il bagno, i pomeriggi pigri in giardino, mentre i grandi riposano, a giocare e leccarsi il sale dalla pelle, che odora di sole e di buono e poi giù nei campi a seguire in mezzo alle zolle allagate Floriana che regge la manica ai fratelli, le merende di pane e fichi. E alla sera, prima di cena, nell'ora del crepuscolo, Floriana va a chiamare Anna per andare a comprare il latte.
La passeggiata più bella, l’aria dolce e il mare che ti aspetta ad ogni curva. Ed ecco Anna che si affaccia al muretto e Floriana dice : -Che bello neh? – e si incantano a guardare il celeste delicato e piatto su cui scendono i fianchi delle colline. E teorie di uomini e ragazzi a torso nudo e abbronzati scorrono sulle terrazze coltivate a tuberose tornando a casa con fasci di fiori dai lunghi gambi sulle spalle.
-Boona - saluta Gino Verruggio e il profumo è così intenso che Anna ne è stordita. Poi riprendono il cammino e scherzano e chiacchierano ed Anna ha dimenticato l’appuntamento con la Anna dell’altro tempo, quell’altra lei di Roma, immobile alla finestra con quel quaderno in mano con su scritto Seconda Elmentare. Un piccolo tradimento.
Ma l'estate è dolce e sa perdonare.
* sta per 'Buonasera'
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2) Adolescenza

L’ho regalata per Natale alla mamma, quattro o cinque anni fa. Iberia, di Albeniz. Suonata da Alicia de Larrocha. Pensavo di farle una gran sorpresa, ed anche di farla a mia sorella. Ci pensavo da parecchio tempo, e già mi pregustavo il momento in cui avrei finalmente acquistato il cofanetto (è esaurito, dovrebbe uscire una nuova edizione, provi fra qualche mese), preparato il pacchetto e poi osservato la reazione della mamma, di Giovanna , e letto sui loro volti la sorpresa, i segni di una complicità ritrovata.
Non sono rimasta poi così male per l’accoglienza un po’ distratta nel caos della vigilia natalizia. La carica affettiva e di ricordi così intensa è rimasta imprigionata – non condivisa – nel cofanetto mai aperto per un paio d’anni. Poi l’ho chiesto in prestito e l’ho sistemato da me, stabilmente. Ogni tanto, non molto spesso, l’ascolto. Quasi mai l’intera suite. Programmo il lettore un po’ prima di Triana e l’aspetto arrivare, gustando con l’animo sospeso la piccola pausa prima dell’attacco.
A San Remo. Tornando verso sera. Dal Tennis Club o dai Bagni Paradiso dove ci eravamo separate dalla comitiva dandoci un appuntamento per dopo cena. Già dalla curva di Via Vallarino si cominciavano a sentire le note di Triana, così familiari ormai, che sapevano di casa. Era come se alla curva piena di gerani fossimo già a casa. Era come se la casa ci venisse incontro.
La mamma, al pianoforte, studiava Triana da anni, la provava tutte le sere mentre ci aspettava per la cena. Mentre i pomodori al riso cuocevano in forno. O mentre si scaldava la torta di verdure comprata nella città vecchia. Gli odori ci venivano incontro assieme alle note galoppanti: peperoni, basilico, profumi estivi che si fondevano, nella luce tarda dell’ora legale, coi suoni tipici dell’imbrunire:voci di bambini che si attardano negli ultimi giochi prima di rientrare per la cena, l’abbaiare lontano di un cane da qualche villa sulla collina……
Che io ricordi, in quegli anni la mamma studiava Triana solo durante la villeggiatura e solo a quell’ora; nella nostra vita in comune, l’ho sentita suonare tutti i giorni e studiare chissà quanti pezzi, ma nessuno, nella mia memoria, è più importante degli altri, nessuno ha il potere evocativo di Triana. Forse perché di quelle suggestioni andaluse ora languide come calde notti profumate, ora drammatiche come un temporale di fine agosto, niente poteva fondersi meglio col sentimento della mia adolescenza. Con lo struggimento del crepuscolo estivo, con l’emozione piena di attesa di un corteggiamento, con l’inizio di una cotta, con l’eccitazione per l’appuntamento dopo cena, con il morso di una gelosia, con la malinconia per la fine imminente dell’estate.
O forse perché noi eravamo fuori e stavamo rientrando e la mamma era già là, a casa, e saremmo salite su e ancora con l’ultimo chiarore del giorno avremmo cominciato ad apparecchiare il tavolone di legno del nonno che adesso è la mia scrivania e poi avremmo acceso la luce, avremmo acceso l’albero in ferro battuto coi mandarini luminosi che in ottant’anni non si sono mai fulminatio e che ora tiene Giovanna nel suo soggiorno, Ci saremmo sedute a tavola e un senso di calore ci avrebbe pervaso, avremmo mangiato una odorosa torta di zucchine e profumatissimi pomodori al basilico, mentre le note di Triana, appena interrotta, avrebbero continuato per un po’ a restare sospese tra le pareti di casa, per poi uscire piano piano dalle finestre aperte sul balcone e dileguarsi nella sera tiepida.
** così sapete pure perché ho scelto 'sto nick.
AUTODISTRUZIONE
Picasso
Per nervosismo ed ansia
mi sono mangiata le unghie;
Per la disperazione
mi sono strappata i capelli;
Colle mie stesse urla
mi sono rotta i timpani;
Per occasioni perse
mi sono mangiata le mani;
Per cose che non avrei dovuto dire
mi sono morsa la lingua;
Per stupore e incredulità
mi sono schizzati gli occhi fuori dalle orbite;
Davanti alla stupidità
m sono cascate le braccia;
Su problemi da risolvere
mi sono rotta la testa;
E del resto
per amore e paura
l'ho perduta del tutto;
Per tirare la carretta
mi sono rotta la schiena;
Per la rabbia
mi sono mangiata il fegato;
Per il disgusto
mi si è rivoltato lo stomaco;
E infine tu,
tu mi hai spezzato il cuore.
E a questo punto,
se li avessi,
mi sarei anche rotta i coglioni;
Quel poco che è rimasto di me
invoca l'eutanasia:
voglio morire dalle risate.